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ArtIcon - L'ARTE SECONDO ATENA



ArtIcon · 2 giugno alle ore 10:05 ·
L’ARTE SECONDO ATENA - ARTE E ANIMA AL FEMMINILE Intervista di ARTICON a Magda Chiarelli
1) Più che un’emergenza, il fattore tempo di questo momento si è allungato a dismisura, diventando quasi un “tempo abitudinario” diluito nei nuovi spazi dell’esistenza quotidiana. Con sintetica banalità, ti pongo una domanda prevedibile ma necessaria: come hai trascorso le tue giornate nell’attesa di dati attestanti il miglioramento della situazione sanitaria e soprattutto come hai vissuto in attesa della data di ritorno ad una sorta di normalità? MC Scherzando un po’ fin dall’inizio della quarantena ho dichiarato che durante le mie giornate passo “da smart working sul tavolo a dipingere sul tavolo” e in effetti questo è tanto vero quanto limitante sia per il fisico che per la mente. Ne consegue che io tenti disperatamente di arginare questa mia fusione con sedia e tavolo concedendomi una calda doccia infinita appena alzata, facendo un giretto intorno all’isolato la mattina all’alba prima di iniziare a lavorare, saltellando per casa ogni due o tre ore, vedendo un film abbracciata a chi voglio bene la sera e, soprattutto, buttandomi a capofitto in tutto ciò che libri e rete mi propongono come incontri artistici stimolanti e funzionali alla mia ricerca. Nonostante mi manchi il dialogo concreto con le opere d’arte che avrei visto in musei e spazi culturali sono comunque fortunata perché il mio mondo è sempre con me: basta che io apra gli occhi o prenda in mano un pennello per avere la possibilità di creare, leggere, approfondire e rifugiarmi in una realtà altra al di fuori del mio soggiorno e del contingente, ovvero in uno spazio del possibile senza alcun confine o restrizione, a meno che la mia stessa mente non voglia impormeli, cosa che io tento di rifuggire il più possibile.
2) Abbiamo visto come in questi giorni invece di fermarsi a riflettere sussiste la corsa ad incontrarci via etere e alla concezione intellettuale riferita al “miglior progetto” futuribile. Alcuni designer si divertono a disegnare un’efficace tuta ipertecnologica per isolare gli individui. Sembrerebbe quasi che ci stiamo preparando a vivere separati da attrezzature, tecniche e procedure. Prendiamo distanza e sparpagliamoci. Mentre i sociologi ci dicono che dobbiamo “gettare la maschera”, i virologi ci impongono la mascherina. Quanto a tuo avviso l’arte avrà il compito di riunire e concentrare le migliori energie delle persone? MC Mi sconvolge molto il fatto che tutti cerchino soluzioni tecnico-pratiche o facciano propaganda su come si dovrebbe essere, vivere, etc., mentre nessuno o quasi ponga domande o responsabilizzi le persone: è come se grazie a un plexiglass o a una norma da rispettare noi fossimo autorizzati a non pensare e a non essere consapevoli e agenti le nostre azioni, vale a dire che non possiamo sbagliare solo perché è l’esterno che ci impedisce di farlo. Credo dunque che l’arte debba fare quello che per me dovrebbe fare sempre, ovvero spingere a pensare fuori da quegli schemi e da quei luoghi comuni che la società e la nostra stessa mente ci impongono: ovviamente è molto più semplice seguire ciò che ci viene prescritto e al massimo lamentarci o scherzarci sopra, ma se ci viene offerta la possibilità di percepire qualcosa di diverso, allora ciò che abbiamo intuito arazionalmente tramite l’arte ci cambierà un pochino e potrà poi essere tradotto in pensieri, gesti e parole più consapevoli e profondi rispetto a tutte quelle azioni e reazioni meccaniche a cui ci stiamo abituando in questo periodo molto particolare.
3) In questi oltre due mesi di “serrata” – la parola lockdown non ci piace, perché come tutti i termini anglosassoni, tende ad addolcire il vero significato di ciò che siamo costretti a fare – abbiamo visto miriade di gallerie chiudere e riaprire con le loro mostre online, stessa cosa per i musei e i templi della creatività. La creatività, le performance musicali, i battimani e gli slogan si sono riversati su quel pezzetto di paesaggio che abbiamo in casa (per chi non ha la fortuna di possedere un giardino o un cortile): il terrazzo di casa, sul quale abbiamo visto addirittura mostre d’arte o meglio le abbiamo sempre viste dai nostri cellulari o computer. Performance musicali o artistiche su tetti, terrazze cortili, azioni creative che hanno rinnovato il senso della comunità, trasformando i cortili condominiali in piccoli borghi. Quanto è stato importante per te lo spazio di lavoro e conseguentemente lo spazio di esposizione del tuo lavoro? MC In realtà io vivo la maggior parte del mio tempo in inglese, ragion per cui per me il termine lockdown è tutt’altro che dolce, infatti appena lo sento mi immagino nel Medioevo e con una grata di ferro che viene sprangata sopra la mia testa, mentre io sono rinchiusa nelle segrete di un castello e posso guardare fuori solo da piccoli e quasi inutili spirargli. Tetti, terrazzi, attività online di certo mi aiutano a mantenere se non il contatto con l’esterno almeno l’impressione che ci sia un mondo fuori che assomiglia molto al mio dentro.
Purtroppo l’arte nei momenti di crisi è vissuta come il superfluo del superfluo e l’assoluto non-necessario, mentre io sono convinta che arte e bellezza siano un’esigenza primaria per ogni uomo e non solo per gli artisti, questo perché la bellezza ha un potere elevante e rasserenante e ci permette di andare oltre la nostra situazione contingente, ragione per cui ben venga qualunque possibilità di condivisione. Dal mio specifico punto di vista, sebbene vendere un lavoro artistico al momento sia praticamente impossibile in quanto il contatto “fisico” e il “colpo di fulmine” sono fondamentali per ogni visual art, di contro l’avere tempo e colori intorno ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette mi sta permettendo di produrre lavori di grandi dimensioni nonostante io sia confinata in un mini-bilocale. La creatività ha bisogno di spazio mentale e non fisico e siamo solo noi a poter fare in modo che anche quello non venga limitato.
4) Approfondendo il concetto sopra: ma è così importante oggi “apparire” cioè mettere in mostra fisicamente i risultati concreti della propria creatività? MC La “visual art” per stessa sua visione è visiva e quindi credo vada non solo vista, ma anche annusata, toccata (con gli occhi se non con le mani), agita: l’arte è un’amante e necessita di un’esperienza diretta, di un rapporto in prima persona. Non è possibile immergersi in un dipinto di due metri quadri vedendolo sullo schermo di uno smartphone o addentrarsi fisicamente in un’installazione con un viaggio video: se ne può cogliere l’idea ma le sensazioni di perdita e di scoperta non saranno mai le stesse e non avranno mai la stessa forza. Meglio che nulla – certo! – ma in questo caso il punto non è “apparire” fisicamente od online quanto “darsi alla vista” e vivere appieno ciò che si sta guardando.
5) L’atto della creazione in un momento come questo: intermittenza o continuità? MC Se la produzione concreta di lavori artistici può essere anche altalenante e legata a contingenze esterne, creare nel mio caso è invece un processo continuo, una costante che non mi abbandona mai e che spesso è perfino indipendente dalla mia volontà. Inizio stravolgendo la prima cosa che intravedo la mattina (molte volte il mio volto allo specchio) e finisco addormentandomi mentre rielaboro progetti: in mezzo avviene di tutto! Dipingo su qualsiasi cosa, organizzo performance, penso a come realizzare progetti, cerco mille soluzioni per un quadro o un’installazione, leggo, approfondisco la mia tesi e la mia ricerca, vengo stimolata da ciò che vedo, sento, annuso, tocco, ricordo, fondo idee, sensazioni, pensieri, affetti, colori, emozioni… insomma la mia testa e i miei sensi non si fermano mai e ogni tanto io mi chiedo come sarebbero il vuoto e il silenzio senza tutto questo, ma per fortuna il mio mondo creativo è sempre lì intrecciato con l’altro, quello che si potrebbe definire “normale”, se non fosse che per me essi sono un unicum inscindibile.
6) I giornali, la televisione, i social, insomma la “comunicazione” oramai racconta i fatti e non le persone; sembra quasi che senza un “racconto” non si possa più parlare degli individui, di cosa fanno, di come vivono e cosa creano. Quindi per te oggi – non ieri, non domani – cosa significa “fare” arte? MC “Fare” arte per me significa “essere” arte: non sono capace di creare qualcosa all’esterno di me ma solo di dare voce a un’esigenza che nasce da dentro e che risulta da un mio modo particolare di vivere e di percepire il mondo. Essere arte significa essere completamente presente in quello che faccio, porre in tale azione tutta me stessa senza che una parte prevalga sull’altra e senza anteporre me e la mia testa alle sensazioni ed esperienze che mi giungono dal mondo intorno e da ciò che sto realizzando. Non sono io che plasmo la realtà e non è nemmeno la realtà che plasma me: è un dialogo continuo in cui interno ed esterno, opera e autore si ascoltano, influenzano, creano e mutano a vicenda come in uno specchio in cui soggetto e riflesso evolvono grazie ad uno scambio senza fine.
7) Trasformerei l’abusato slogan “la bellezza ci salverà” in “la bellezza c’è e ci sarà sempre”. Dal tuo punto di vista in futuro di bellezza ce ne sarà di più o di meno? MC Credo che la bellezza, nel senso più alto del termine, sia una necessità primaria dell’uomo, ragione per cui c’è, c’è sempre stata e ci sarà sempre, perché noi ne abbiamo bisogno per elevarci al di sopra del contingente e che tale contingente sia poi felice, triste o disperato poco importa, sebbene dopo i momenti bui serva ancora più bellezza per trovare la forza di rialzarsi e andare avanti. La bellezza ha inoltre un potere rasserenante in quanto testimone di un mondo non minaccioso, ma questo non vuol dire che essa non abbia anche una forza dirompente: proprio per il fatto che non sentiamo la necessità di difenderci davanti alla bellezza ci troviamo disarmati, così da permettere a tale bellezza e ai messaggi che essa veicola di invaderci, parlarci e cambiarci nel profondo.
8) Ultima domanda: cosa hai dovuto lasciare in sospeso e soprattutto, quanto sono cambiate le tue idee e i tuoi propositi legati al tuo lavoro di artista? MC Gli ultimi mesi prima del lockdown erano stati carichi di opportunità e di nuove esperienze che giocoforza si
sono come cristallizzate in un limbo nell’attesa di essere riportate alla vita. Il lato positivo è che così mi è stato concesso il tempo per riflettere e per non essere travolta da una sfilza di mostre e progetti eccitanti e stupendi ma giunti anche tutti assieme: le mostre dovrebbero venire riprogrammate tra qualche mese, mentre gli eventi che stavo tentando di realizzare probabilmente salteranno o avranno dimensioni molto più contenute, è ancora troppo presto per saperlo, ma di certo, essendoci trovati assieme per settimane, entrambi ci abbiamo guadagnato in consapevolezza e qualità.


MilanoArteExpo - IDENTITA' ALLO SPECCHIO

MilanoArteExpo 23 maggio 2016

arte concettuale / arte moderna e contemporanea / artisti italiani / artisti under 35 / Samanta Airoldi

Magda Chiarelli performer: Identità allo specchio – di Samanta Airoldi

di Milano Arte Expo maggio 23, 2016

Magda Chiarelli performer- Identità allo specchio. Di Samanta Airoldi. Assorta in riflessioni sull’insano “narcisismo sociale” dei giorni nostri, mi sono imbattuta in lei…Giovane performer e attrice che ha scelto quale strumento prediletto della sua arte proprio l’amico inseparabile di Narciso: lo specchio!
Di chi sto parlando (ops…scrivendo )? Di Magda Chiarelli. Già il nome la dice lunga: Magda, come Magdala, Maria di Magdala: colei che fu molto amata e che molto amò.
Potrebbe forse essere l’amore, la relazione autentica con l’altro a redimerci da questo folle narcisismo totalizzante? Chissà…
Aveva forse ragione Levinas quando sosteneva che è nello sguardo del “tu” che vedo l’ “io”? Che è solo attraverso l’altro che riesco a cogliere tutto il mio potenziale e a farlo emergere? Sarà forse nello scambio “osmotico” e comunicativo tra differenti singolarità che troveremo la chiave evolutiva?
Magda Chiarelli è un fiume in piena e mi ha catturato la sua visione “magica” dello specchio. In cosa consiste questa”Magia dello Specchio“?

Magda Chiarelli performance Accademia di Brera

“Ognuno di noi continua ad incontrare ad a scontrarsi con
un’immagine di sé sfuggente e in continua evoluzione, in quanto modificata da tutte le superfici riflettenti e da ogni persona che incontriamo: tutti questi specchi a loro modo ci restituiscono l’immagine di una parte di noi che poi noi sommiamo alle altre e a quello che crediamo di sapere.
Il mio lavoro mira a mettere in dubbio questo caleidoscopio di immagini che generalmente diamo per scontato. Ho lavorato su questo durante una performance nel giugno 2014 svoltasi all’Accademia di Brera.”

Dal mito di Narciso la mente vola 1 volta…nessuna volta…o forse centomila volte in direzione Pirandello. Proprio lui che, tra i primi romanzieri, scardinò il tabù dell’unità identitaria dell’individuo: ognuno di noi è uno per se stesso ma quell’immagine è pur sempre frammentata in centomila rimandi che ci arrivano dagli altri perché ognuno ci vede a modo suo e, dunque, alla fine chi siamo? Forse non corrispondiamo a nessuna di quelle immagini, o forse siamo l’insieme di esse. Forse non siamo nessuno o forse siamo centomila che compongono uno solo…

Magda Chiarelli performer e attrice

Forse la più saggia e consapevole di tutti fu la protagonista della novella sempre pirandelliana(divenuta poi spettacolo teatrale) “Così è se vi Pare” la quale si rassegnò a lasciare che ciascuno vedesse in lei ciò che preferiva, ciò che era funzionale al proprio personale “benessere”: in fondo ben poca cosa è sapere chi si è se gli altri, poi, sostengono costantemente tutt’altro. Non esiste identità senza relazione: è nella relazione che trovo conferma, o smentita, di chi sono realmente!
Nello specchio noi cerchiamo molto più di un’immagine; nello specchio noi, ogni volta, cerchiamo la nostra identità: la conferma di essere sempre gli stessi, non tanto quelli che siamo ma quelli che crediamo di essere!
Nello specchio non sono gli occhi a guardare ma le nostre categorie mentali: sono le categorie che vivono nella nostra mente che ci dicono come siamo, non certo gli occhi che sono da esse costantemente influenzati e, pertanto, mai oggettivi scrutatori.
Come sosteneva Kant non entriamo mai in contatto con il “noumeno“, ovvero la realtà per come essa è fattualmente, bensì sempre e solo con il “fenomeno” filtrato dalle nostre categorie di Spazio e Tempo. E lo stesso accade ogni volta che ci guardiamo attraverso lo specchio: guardiamo non già ciò che siamo ma ciò che sappiamo, o crediamo di essere. Per questo non possiamo coglierci e scoprirci per come siamo nella realtà e abbiamo bisogno dell’altro, degli altri.

Magda Chiarelli performance con specchio

L’identità è una questione irrisolta e irrisolvibile: vogliamo continuare a percepirci come le medesime persone che viaggiano nel tempo e nello spazio, illudendoci, tuttavia, che questi spostamenti spazio- temporali non ci apportino alcuna modifica, nel bene o nel male.
Non ci basta avere una memoria che collega il passato al presente per continuare a sentirci “noi”, abbiamo bisogno di uno specchio che ci assicuri che l’immagine che abbiamo di noi stessi è sempre quella…Quella che la nostra mente vuole vedere. E non esisteranno nuove rughe o nuovi capelli bianchi se le nostre categorie mentali non li hanno prima inquadrati, assimilati e accettati…Gli occhi non vedranno ciò che la mente non consentirà loro di vedere.
Starà dunque agli altri farci da tramite con la realtà.Talvolta lo accetteremo, molto più spesso lo rifiuteremo!
“Una performance invece di parlare alla parte razionale si rivolge a quella emotiva e irrazionale grazie a suoni, ritmi, immagini, suggestioni, movimento, etc etc.
Musiche concitate come un tamburo sciamanico dal ritmo tripartito o motivi incalzanti dalla forte carica emotiva creano quel coinvolgimento inconscio e quello scarto dalla realtà che permettono di sperimentare nuovi pensieri e nuovi punti di vista.”

L’importanza del punto di vista altrui mi fa subito pensare al passaggio dal pensiero kantiano (solipsistico) a quello dei filosofi neokantiani i quali hanno saputo sostituire la dimensione trascendentale e spirituale di Kant con la dimensione dialogica e comunicativa che vede nello scambio il suo pilastro portante. Basti pensare alla “situazione comunicativa” di Jurgen Habermas o all’ esercizio di volontà democratica di John Rawls: tutti insieme si stabilisce sulla base di quali regole vogliamo impostare la convivenza civile, lo scambio dialogico, l’assumere il punto di vista altrui…non il “pensare per l’altro” ma il “parlare con l’altro”. Non più “non fare ad altri ciò che non vorresti venisse fatto a te” ma “Chiedi all’altro direttamente quali sono i suoi bisogni, le sue esigenze”.
Dal pensiero alla comunicazione: questo il passaggio fondamentale che la società e la Politica devono fare per non precipitare nel baratro del narcisismo sterile.
Perché non dimentichiamo che Narciso morì di fame e di sete insieme al suo bellissimo ma inutile riflesso!

Samanta Airoldi

L'Arte secondo Atena.pdf